L'ITALIA SONO ANCH'IO

ASCOLTA LA PUNTATA DI SABATO 12.11
Ospiti Lamine Sow - Responsabile immigrazione della CGIL Piemonte- e Vanessa Marotta di LVIA.

Da www.digi.to.it - venerdì 18 novembre 2011

Definiamo Torino “multietnica”, pensando alle tante persone che, da lontano, sono partite per cercare un lavoro nel nostro paese e nella nostra città. Dei circa 5 milioni di stranieri che vivono nel nostro Paese, circa un quinto sono bambini e ragazzi, nati in gran parte sul suolo italiano. La definizione di una propria identità, dal punto di vista umano e concretamente burocratico, non è però un’esperienza facile, per quelle che vengono definite “seconde generazioni”.
Per riflettere e migliorare la condizione di questi ragazzi, fatta al tempo stesso di disagio - talvolta rabbia - e di amore per il luogo in cui sono nati e cresciuti, è stata pensata “L’Italia sono anch’io”, una campagna per i diritti alla cittadinanza che vuole sensibilizzare la popolazione su questo tema. Oltre 20 le organizzazioni che la promuovono: dalla CGIL alla Caritas, dall’Arci a Libera. A Torino se ne parlerà domani sabato 19 novembre, dalle 10, al Ch4 di via Trofarello 10, in occasione della Giornata del Dialogo Interculturale, nel corso dell’evento conclusivo del progetto “Giovani e Intercultura, un anno di dialoghi”, realizzato dall’Ong LVIA e dal Centro Studi Sereno Regis. La giornata prevede un flash mob, testimonianze, immagini, e musica dal vivo ad opera di giovani che vivono questa condizione. Interverrà tra gli altri anche Lamine Sow, Responsabile delle politiche per l’immigrazione della CGIL piemontese, che abbiamo intervistato.

Quali disagi vivono questi giovani?
«Non riescono a trovare una propria identità, non essendo né stranieri né riconosciuti dalla legge in quanto cittadini italiani. Vivono quindi un disagio, non solo dal punto di vista culturale, ma anche da quello burocratico, perché fin quando non raggiungono i 18 anni devono sistematicamente rinnovare i loro permessi di soggiorno, che dipendono da quelli dei genitori. Se i genitori hanno dei permessi precari, anche loro avranno dei permessi precari. Una situazione veramente difficile».

Quali sono gli obiettivi di questa campagna?
«Ci proponiamo di poter cambiare le leggi in materia con lo strumento della proposta di legge popolare. Per questo stiamo organizzando tanti banchetti - uno dei quali è previsto anche domani al Ch4 - per raccogliere le 50mila firme necessarie. In questo modo possiamo creare davvero attenzione e consenso intorno a questo tema. In passato sono già state presentate delle proposte di legge da singoli deputati ma non sono mai state discusse in aula. Oggi la novità è che la società civile può coinvolgere la popolazione italiana: le firme uno se le conquista, una per una, parlando con la gente nelle piazze, nei mercati, nelle scuole. Ha un’altra valenza e un’altra forza per chiedere dei cambiamenti».

Quali sono le due proposte di legge di iniziativa popolare e cosa vogliono cambiare?
«Oggi in Italia un bambino diventa cittadino solo se uno dei due genitori ha cittadinanza italiana. Noi vogliamo cambiare questo concetto con l’introduzione del “diritto del suolo” al posto del “diritto del sangue”: chi nasce in Italia da genitori stranieri, legalmente presenti, deve poter avere la cittadinanza italiana. C’è anche un’altra norma che riguarda gli immigrati che richiedono la naturalizzazione: oggi la legge prevede che si debba essere residenti da 10 anni, noi chiediamo di tornare a 5 anni di residenza, sempre con il requisito del lavoro. Chiediamo inoltre che si abbia anche più certezza riguardo ai tempi di concessione della cittadinanza. Oggi si può fare domanda, ma senza la certezza sui tempi della concessione. Lo dice la parola stessa: “concessione”, lo stato può decidere di dartela o meno. Noi chiediamo che diventi un diritto soggettivo. La seconda proposta ruota invece intorno al diritto di voto. Oggi gli immigrati non hanno voce in capitolo. Al tempo stesso, però, quando c’è la campagna elettorale vengono tirati sempre in ballo, sono al centro del dibattito, ma senza voto non hanno la possibilità di parteciparvi né quella di replicare. Per noi chi paga le tasse e i contributi deve poter dire anche la sua sulla gestione della comunità in cui vive. Per questo chiediamo che gli immigrati residenti da più di 5 anni possano partecipare alle elezioni amministrative e anche a quelle regionali. Una norma che oltretutto fa riferimento alla Convenzione di Strasburgo, ratificata dall’Italia».

Marco Lombardo

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